venerdì 13 gennaio 2017

Atari 2600...anni b.c.

Avevo circa dieci anni ed era una giornata d'autunno come tante altre. Seduto su un tappeto, gioco con i miei soldatini. La tv in sottofondo mi tiene compagnia con una sequenza di quei gloriosi cartoni animati che hanno allietato i nostri pomeriggi negli anni 80. I miei compagni di giochi sono Goldrake, Mazinga, Gundam. Il periodo d'oro della Giappo-invasione-televisiva. Mamma è in cucina che sta sbrigando le sue faccende, quando la porta si apre ed entra papà. E' andato a trovare il fratello, che si sta trasferendo con la famiglia a Roma per comodità lavorative visto che vive nella nostra stessa città, in provincia (e Dio solo sa quanto sia psicologicamente devastante affrontare tutti i giorni il traffico romano per andare a lavoro). 



- Tuo zio ti manda un regalo - mi dice sorridendo, e poggia in terra uno scatolone con dentro alcune cianfrusaglie. Vecchi giocattoli per lo più, che però ad un bambino di 10 anni apparivano come un tesoro inestimabile ed inaspettato, un anticipo sul Natale. Con l'abilità provetta di un tuffatore olimpionico, mi lanciai a frugare nello scatolone. 
Mio padre parlotta con la mamma, dicendogli che mio cugino, di qualche anno più grande di me, si sente troppo cresciuto per quei giochi e lo zio, invece che buttarli via ha deciso di regalarli. Frugando tra i pupazzi, le pistole laser che emettevano suoni veramente fastidiosi, ma per me divertenti, notai qualcosa che non avevo mai visto prima. 
Era una specie di scatola di legno, con una grande fessura al centro ed alcune levette argentate. Provai a spostare gli interruttori ma non successe nulla. Niente luci colorate, niente suoni fastidiosi intermittenti. Insomma, un bel "pacco" in apparenza. -Forse è rotto- pensai. 
Su un lato il simbolo, che oggi si chiama logo, del fabbricante: Atari.
Così lo tirai fuori dalla scatola, lo guardai ancora un po' e quindi, con fare innocente ed un punto interrogativo grosso come un palazzo sulla mia testa mi rivolsi a mio padre, chiedendogli cosa fosse quello strano (e non funzionante) giocattolo.
- Quello? Quello è un computer. Si attacca alla televisione e così ci puoi giocare con i videogiochi - ed il mio mondo non fu più lo stesso. 
Era appena nato un videogamer... 

A corredo di quella strana scatola in legno, trovai un paio di cavi, un paio di strane manopole ed una serie di "scatolette" con delle immagini accattivanti riportate sopra come alieni, navi spaziali, un Topolino vestito da mago. 
Ora, i lettori più smaliziati avranno già capito che quel computer, come lo chiamava mio padre, era un glorioso Atari 2600 corredato da un'assortimento di giochi, le cartridge, volgarmente chiamate "cassette" (E chi lo conosceva l'inglese a 10 anni?)

Mi ricordo benissimo le cassette di Pac Man, Defender, Topolino Apprendista Mago (gioco altamente di **merda** per quanto ricordi) e Vanguard.

La prima cosa che imparai dall'Atari 2600 era un concetto con il quale, prima o poi, ogni videogiocatore deve scontrarsi, ovvero il fatto che non sempre una cover affascinante e ben realizzata sia sinonimo di capolavoro. Anzi, spesso servivano a celare la triste verità: che il gioco in questione era peggio di una fogna allagata. 
Devo però dire che, a discapito del titolo in se in termini di giocabilità ed apprezzamento, quasi tutte le cover realizzate per Atari2600 non erano affatto male, e dimostravano un ceto impegno nella realizzazione (anche quella realizzata per il gico di E.T. che i nostalgici ricordano come il **peggior gioco di merda** mai programmato, e che segnò probabilmente l'inizio del declino di Atari).
 Ero affascinato da quella di Defender, con la sua astronave che sfrecciava sopra un grattacielo ed il suo raggio che catturava un ominide davanti allo sguardo atterrito di una tipica bionda americana anni 80, con tanto di canotta a righe di quell'epoca. Ed anche il gioco non era malvagio. Certo, paragonato alle macchine da gioco di oggi non c'è paragone, ma quegli alieni cubettosi, fatti di una manciata di pixel, che si muovevano sullo schermo erano oro puro agli occhi di un bambino. E poi potevo pilotare le astronavi con il joystick, come se fossi un vero pilota spaziale. E a proposito di joystick, sapevate che l'Atari è stata la prima a lanciare sul mercato i controller wireless? Erano ergonomici quanto un bue zoppo, pesavano come una mercedes a causa della batteria e duravano tanto quanto uno starnuto. Insomma, un flop clamoroso! 

La seconda lezione che imparai fu che se vuoi veramente qualcosa, devi sudartelo e guadagnartelo con fatica. Ogni qualvolta volevo giocare con il mio computer Atari, dovevo: a) sperare che mio padre fosse in casa b) pregare che non volesse guardare la tv (che all'epoca ce ne era una soltanto in casa) c) augurarmi che si ricordasse come montare il tutto se a tutto questo aggiungiamo che poi bisogna va sudare sette camicie per beccare il canale giusto su cui sintonizzare la tv, capite che tale operazione si traduceva spesso in un calvario anche di un ora per poi ridursi a giocare tipo quindici minuti (che a stare troppo davanti a quel coso si diventa scemi, come mamma ci insegna). Però ragazzi, quindici minuti di pura gloria! 
Piano piano riuscire a giocare divenne sempre più difficile. C'erano i boyscout, c'erano gli amici, le belle giornate e soprattutto era arrivato nelle case di molti compagni di giochi il Commodore64, nome in codice "C64", che al mio vecchio Atari gli dava una pista, lo aspettava al traguardo e poco prima di sorpassarlo mostrava anche il dito medio. 
Il vecchio cassettone Atari 2600 cominciò a perdere colpi e finì per andare in pensione in un angolo riposto della mia cameretta, fino al giorno in cui fu seppellito con tutti gli onori di un eroe di altri tempi caduto con orgoglio. 



Nessun commento:

Posta un commento